Passa ai contenuti principali
Cantalpo



Alessio Cantalpo aveva messo la sveglia alle sei del mattino. Adesso aveva suonato e lui aveva cominciato a muoversi come un serpente sotto le lenzuola. Aveva da lavarsi, fare colazione, vestirsi, mettere a posto quei pochi capelli che gli erano rimasti e buttarsi in strada verso una stazione che sapeva dove si trovasse solo a linea d’aria. E dire che la notte prima, con quella sigaretta sul balcone e quel bicchierino di rosso nella cuci- na di un appartamentino affittatogli dalla ragazza - perché lui di queste cose facili non le sapeva fare - si era autocongratulato annuendo nel silenzio che quella era la direzione, giù verso quel viale, poi a sinistra - dove c’era quel tabacchino dove aveva comprato le sigarette - e poi dritto fino a che non avrebbe trovato la Sta- zione Ferroviaria di Ferrara.
Era una di quelle settimane di un Ottobre per il quale aveva sognato, si era maledetto, aveva risognato e poi aveva capito avrebbe presto dovuto inventarsi qualcos’altro.
Se lo sentiva dentro. Ma era diviso. Si sentiva stanco di andare a vociare, organizzare, prendere quelle nuove reclute che si perdevano tra gli anditi delle scuole senza trovare la palestra, controllare che ci fossero abba- stanza bottigliette d’acqua frizzante e naturale, che poi inevitabilmente non si beveva nessuno in quella lunga tavolata allestita sul palco.
Alessio era passato da addetto stampa del suo partito preferito all’addetto preferito dal suo partito. Tutto nel giro di un annetto. Era incredibile come il suo carattere sin da giovane tanto umile e timido fosse stato lan- ciato su a programmare la logistica di quelle mesate importanti di campagna elettorale. Di come quella vec- chia mano pelosa dell’Onorevole, il cui polso era decorato da una miriade di braccialetti dei Vucumprà, gli aveva dato tante pacche sulla spalla lungo gli anditi di quegli auditorium, di palestre di scuole e di teatri di mezza Italia.
Lui prima di sta roba aveva sempre fatto volontariato a diversi livelli. Pagato e non pagato. E pagato e non pagato ci aveva affittato un piccolo monolocale in una periferia tranquilla di Milano. Adesso che entrava sot- to la doccia, pensava a quando era entrato nell’ufficio a chiedere che turni avesse mai dovuto fare in ambu- lanza la settimana entrante. Era il 2014, e il lavori per l’Expò avevano spinto i drogati a transitare attraverso le vie di Baranzate verso cortili e parchi al confine con le cascine. L’ambulanza sulla quale viaggiava se la era immaginata in quelle notti come un dolce furgoncino dei gelati che sbucava dalle traverse suonando una dolce melodia tenera. Alessio la pensava così perché quei giorni di spola tra il Pronto Soccorso dell’Ospedale Sacco e le periferie di Milano lui aveva capito che era qualcosa di più che il timido ed umile studente di Scienze della Comunicazione. Aveva cominciato ad usare le mani: per reggere la testa a ragazzini, a uomini e a donne. A seguire le istruzioni del medico nella frenesia della decisione sull’asfalto. Per asciugarsi la bocca dopo che non aveva fatto a meno di vomitare dopo quello che aveva visto. E i suoi compagni di lavoro lo sapevano che aveva vomitato e sapevano perché. Che era timido si, indeciso, cacasotto, ma che la sua mano era sempre sporca del sangue di qualcun’altro quando c’era da lavorare. Gianni e Lucia se lo ricordano così:
il primo giorno che era venuto con noi in ambulanza sembrava un pò uno di quelli che in overdose racco- glievamo dal marciapiede. Cioè era pulito e non si drogava, ma pareva fosse passato dalla sua cameretta alla strada che lo portava da noi. Tutto in una sera. Ma Gianni ti ricordi quando si era arrabbiato tanto quel giorno? Si eravamo tipo dalle parti di Rho, e lui era andato a prendere dell’acqua al bar. Attraversando di ritorno una macchina con dei giovani che tornavano dalla discoteca lo aveva quasi messo sotto senza fer- marsi sulle striscie. Lui si è spaventato, poi nero ha lanciato la bottiglia d’acqua sul parabrezza dell’auto, il ragazzo al volante è sceso e si sono insultati per un attimo. In un mese di lavoro con Alessio non lo avevo mai visto così, era un altro, un’altra persona dentro un’altra. Si arrabbiato e aveva anche esagerato, ma adesso di fronte ad un suo coetaneo parlava come un adulto. Neanche noi saremmo parsi così da fuori. Era stata una bellezza guardarlo essere così. Si Gianni, poi era tornato da noi da cuccioletto bravo quale era. Una bravissima persona, qualsiasi cosa faccia adesso gli mandiamo un saluto e ci manca.
Tornato nel cucinino il cellulare aveva cominciato a vibrare di messaggi e chiamate perse. Rapido, e ancora in accappatoio con la fretta e il nervosismo insieme, si era seduto, la colazione e il caffé ancora da fare, e aveva rapidamente escluso di richiamare chi doveva richiamare perché non urgente mentre prioritarizzava sui messaggi a cui rispondere. Nicola Piccolini, il suo collega romano, che amava tutto del suo lavoro gli mandava messaggi sul tipo di figa che bazzicava tra le nuove reclute. Sandra, il tramite con l’Onorevole, gli chiedeva conferme sullo spazio e sul rinfresco mentre i tirocinanti lo avevano assediato di chiamate perse. A quanto pare c’era un problema li alla Scuola Elementare di Ficarolo. Comune dal quale si chiedeva avesse dovuto passare prima di andare a Firenze. Ma non c’era tempo. Lo studio televisivo sul canale Acca Mecca lo aspettava per le dodici. L’onorevole era ospite e lui doveva fargli un debriefing di persona prima che la diretta sarebbe iniziata all’una e mezza.
Mentre il corpo si era asciugato e i pochi capelli gli si erano attaccati sulla fronte terminava di rispondere o di mettere a bada la gente là a Ficarolo, in quel piccolo comune che lo allettava di più della Firenze che lo attendeva. A quanto pareva la scuola non aveva ancora aperto e gli aiuti-partito avevano da allestire la pale- stra in poco tempo. Finalmente Piccolini risponde al telefono; Alessio lo trattiene con preoccupazione e gli dice di segnarsi su un pezzo di carta le cose da fare, i numeri da chiamare - compreso quello del sindaco - per
far aprire la scuola. Quello va di fretta ed Alessio cerca di farsi ripetere le cose da fare. Quello gli chiede se non fosse stato meglio madargli un messaggio. Alessio gli fa una litania, si scusa e sbatte la napoletana sul fornello.
Il cielo di Ferrara si sta schiarendo e l’orda di campanelli suona sotto la sua finestra insieme al vocio cre- scente di chi apre bar e di chi da un saluto per strada.

Alessio si asciuga i capelli e rimanda un’altra sigaretta. Poi torna in camera e da una controllata alla giacca dell’abito, alle condizioni del colletto inamidato, e poi trova una piega simile ad una macchia sui pantaloni. E’ piccolissima, quasi una sgualcitura, ma contribuisce al suo malumore.
Ripensa agli anni del bullismo, quello esercitato su di lui. Pensa a quando lo aveva confessato alla sua ragaz- za e lei gli aveva messo una mano sulla spalla e poi lo aveva riempito di baci. Questo era successo agli inizi della loro relazione, alla segreteria del Partito dove lei distribuiva con lui la posta e faceva il caffe. Ancora oggi lei distribuiva la posta e faceva il caffé ma non lavoravano più quasi mai insieme. L’ultima volta che lui la aveva vista a lavoro era quando era andato a prendere il doppione delle chiavi del camper alla sede. Lei gli aveva dato un bacio diverso da quelli distratti che si davano la mattina una volta svegli. Un bacio più come quelli dei tempi in cui si erano conosciuti. E lui da allora pensava ancora a quel dettaglio.

Mise il latte sul fuoco e ci buttò i cereali con un cucchiaino di zucchero, poi disse no ad un’altra napoletana e pensò di prender un caffé premio alla Stazione. Pensava a Sandra che gli metteva una mano sulla spalla con quel bel profumo ai limoni e le belle gambe da tennista. Alessio saresti la prima persona che si perde a Fer- rara... Arrivò finalmente il suo momento preferito: si mise di fronte allo specchio dell’armadio e si guardò vestito, i capelli radi sulle tempie, la giacca e la camicia con la cravatta rossa da democratico e la spilletta del partito. Fece per andarsene, ma si rigirò sullo specchio e si guardò di nuovo, stavolta gli occhi si mossero dal petto fino a guardarsi le labbra muoversi in un sorriso accattivante.
Sceso sulla via si incamminò verso la direzione che credeva, valigietta e cappotto piegato sul braccio. L’aria fresca del mattino gli tagliava le guance e il naso da farlo starnutire. Si guardò attorno e si trovò in Piazza del Municipio. Un barbone annuì verso la sua spilla e lui gli diede qualche euro schivando due biciclette, poi continuò su due vie, un vicoletto dove prese una brutta storta sul ciottolato. Piccolini nel frattempo lo ag- giornava che l’evento si sarebbe spostato in un museo di Ficarolo, per una perdità d’acqua nei bagni della scuola. Tale decisione lo intimorì. C’era da pagare di più o era questa un’alternativa senza altre spese? Il mu- seo aveva duecento posti a sedere? Piccolini non rispondeva alle sue continue chiamate adesso che Alessio aveva trovato la via per la Stazione. Piccolini messaggiava a tutto, quasi in maniera strafottente, addrittura in anticipo sulle prossime domande. Alessio teneva passo da maratoneta e sospirava sulla possibilità che qual- cosa là sarebbe andata male. Sul suo cellulare c’erano le chiamate dirette al suo secondo che non rispondeva. C’erano i messaggi di conferma di questi alle sue nuove direttive. Alessio sapeva che se l’evento sarebbe finito male il primo responsabile sarebbe stato lui. Ricordava Sandra in quel bar di Viale Monza, dargli una pacca sulla spalla e dirgli che gli avrebbe affiancato un collaboratore meritevole, e che si aspattavano molto da lui.
Anche sua madre e suo padre si aspettavano molto da lui. Ed erano contenti. Si ricorda di quei momenti quando ancora portava i calzoni corti dappertutto, nella spiaggia del Lido di Catanzaro dove i bambini gio- cavano a calcio e il pecoraro fumando li guardava allo stesso modo di come guardava le pecore. Erano giorni di divertimenti e di amicizie vere, di scavalcate in terreni private, di dolciumi e patatine, di giuramenti e di primi amori. Dopo un giorno in spiaggia si scendeva in città appoggiati sulla coda dei Malaguti, vestiti bene, lavati e profumati, a fare i su e giù per le vie nella speranza che lei ti riguardasse. Gli amichetti ti sfidavano a guardarla fino all’ultimo. Una volta Alessio ce l’aveva fatta ma lei lo aveva guardato male come se avesse capito a che gioco stavano giocando. Lui era rimasto sconvolto da questo. Lui la voleva davvero. Ma gli amici avevano già preso a tirarli le pacche sulla spalla. Poi mentre ancora ci pensava lo avevano portato nella gradinata di fianco al Bar Sport, gli avevano messo una sigaretta in bocca e qualcuno aveva tirato fuori una bottiglia di vino di cantina da sotto il sellino dello scooter nel modo in cui si riesuma un vaso etrusco.
Il Superveloce per Firenze sarebbe partito tra ventidue minuti. Alessio si guardò attorno una volta uscito dal- la stazione. Di fronte a lui un condominio squadrato, coi bei portici trafficati dalla furia giovanile. Alessio vide il riflesso di se sulla vetrata del bar avvicinarsi. I capelli buffi e il vestito immacolato lo facevano sentire curiosamente bene. Dentro il bar ordinò un cappuccino e una sfogliatella napoletana. Lui aveva un accento strano e il barista parve capirlo quando gli riempi anche un bicchiere d’acqua aggratis. Lo chiamò al cellulare Sandra. La voce di Sandra gli piaceva ma tra loro c’era una distanza senza misura, e lui si sentiva bene sol- tanto quando faceva bene il suo lavoro. E adesso, ancora una volta, non era più sicuro di questo. Infatti lei pareva insistere, e come accadeva spesso, sembrava sapesse almento quanto lui riguardo a cosa stava succe- dendo in quel paesino in riva al Pò. Così lui, inzaccherandosi la giacca di zucchero a velo, le somministrò cautamente dei piccoli dettagli sul museo che avrebbe ospitato l’evento e piano piano anche dell’inagibilità della scuola. Dall’altra parte parvero arrivare parole positive, quasi di merito. Riattaccò con i soliti convene- voli e riconfermò a se stesso che tutto sarebbe dipeso veramente dal Piccolini. Ingurgitò l’espresso nel modo che aveva cominciato a fare a Milano per darsi un tono e si toccò il pacchetto di sigarette nella tasca del cap-
potto. Se ne accese una lontano dal traffico delle biciclette, sotto il portico e con uno sguardo alla stazione. Piccolini non rispondeva ma aveva mandato una email. Alessio succhiò la sigaretta mentre leggeva irrequie- to.
Alessio c’è stato un pò un casino qui. Non abbiamo potuto accomodare dieci persone che erano tesserate. Il museo archeologico è stato disponibilissimo e i candidati saranno qui tra mezz’ora dice Sandra. C’è stato un problema con la polizia: un tesserato di qui ed un passante. Il passante gli ha sputato in un occhio, un tirocinante si è messo in mezzo e hanno fatto a botte col passante. Un giornalista di Bologna ha ripreso tutto col cellulare e penso che la roba diventerà virale prestissimo. Questo tirocinante è Marco, quel ragazzo che veniva dalla Bocconi, ti ricordi? Chi se lo sarebbe mai aspettato...? Timido e tutto? Guarda se avessi potuto anticipare sta cosa tu sai come sono. Preciso e tutto. Ma non c’è stato modo. Adesso, penso che se la testata di sto giornalista è grossa, la notizia dell’aggressione di Marco - che ti giuro è impazzito ad un certo punto - metterà in ombra l’evento. Sto cercando di trovare il contatto di sto giornalista che è sparito da un pò tra- l’altro. Cerco negli elenchi degli invitati tra i giornali di Bologna e ti faccio sapere.
Speriamo bene. Grazie,
Nicola.

Alessio sentii il grandissimo sospiro di nervosismo salirgli dalle budella, ma quasi come sempre non riuscii a tirarlo fuori, invece sfogò la rabbia sul treno che era qualche minuto in ritardo guardando il tabellone come chi ti ha appena dato una sberla. Con quel Marco si erano incrociati qualche volta nei corridoi della sede ma non gli aveva mai parlato. Era spesso vestito parecchio male e Piccolini faceva una fatica a fargli portare la cravatta. Si chiedeva come fosse entrato nello staff perché lui non aveva firmato nulla. Questo era anche un pensiero che si poteva risparmiare: di firme di accettazione di tirocinii ne aveva forse messe due in tutto. E poi Piccolini che si sente in colpa e scrive una email a cose fatte? Alessio si accese una sigaretta; un poliziot- to gli diede una forte manata sulla spalla e lui divenne ancora più silenzioso e cupo quando questi lo spinse a fumare fuori minacciandolo di multa. Fece anche delle osservazioni sulla spilla e sulle prossime elezioni ma Alessio pareva in trans su di un ponte per un’altra meta, che finì comunque per essere la piattaforma del Su- perveloce per Firenze senza la sigaretta.
Qualche minuto dopo viaggiava veloce e si sentiva a far le vasche in piscina. Chiuse gli occhi e pensò al mare. Una di quelle poche cose che aveva capito di se. Quella massa enorme d’acqua che bagna le coste di casa. Dall’odore suo... I cartelloni elettorali e le insegne che diventano linee di colori accattivanti sul treno che rallenta nelle campagne e accelera nell’urbano; i palazzi e le fabbriche, le discoteche chiuse e la campa- gna puntellata da giganti di ferro che tengono i cavi. Linee che generano malditesta e che si allontanano e si ricongiungono come in una fuga che non riesce mai ad affluire altrove ma che ritorna su di un sentiero largo, grigio e con le barriere di ferro.
Nel frattempo il treno è entrato a Bologna e ne rasenta il centro rimanendo lento nelle periferie. Qualcuno è salito su adesso che si sono fermati e un messaggio sul cellulare gli dice che saranno a Firenze tra quaranta- cinque minuti. Alessio chiude e riapre le tende, poi le richiude di nuovo e si addormenta.
E’ notte ed è da solo in una periferia che non conosce. Ci sono dei palazzi altissimi, file di titani bianchi che sembrano prigioni altissime ad entrambi i suoi fianchi. Ci sono dei lampioni che funzionano e molti altri sono spenti. Alessio si guarda in basso e vede che non ha i pantaloni del suo vestito elegante ma solo delle infradito. Cammina verso il marciapiede puntellato dalla gramigna. Si sentono le sirene giungere ma non si vede ne la polizia ne l’ambulanza. Ad un certo punto si sentono dei rumori arrivare dalle palazzine. Come dei pianti urlati. La gente esce e si riunisce in strada. Sotto un lampione c’è un ragazzo che perde tanto sangue. I suoi capelli sono cortissimi. Alessio fa per correre verso di lui ma riesce soltanto a muoversi pianissimo. Comunque arriva un uomo correndo. Questi è sceso da una grossa Audi, ha tirato fuori il cellulare e ha co- minciato a riprendere il ragazzo moribondo. Ad un certo punto un poliziotto arriva e gli da una sberla. Ales- sio sobbalza. E’ sul superveloce con la tenda chiusa.

Il treno è salito in alto e sta rallentando. Fuori le campagne si fanno più alte ed Alessio si sente rincoglionito come poche volte. Prende il cellulare. Non c’è linea. Lui si sente sempre male quando non c’è linea. Se non c’è linea non c’è controllo sulle cose e lui non sa come lavorare.
Come si chiamava il nome di quel tizio che aveva visto alla TV in un pomeriggio di ritorno da scuola? La mamma si muoveva in cucina e parlava occasionalmente con lui, come per controllare che fosse ancora lì e che non fosse uscito di soppiatto per tornare verso cena. L’uomo nel programma aveva l’orecchino, la frangia biondiccia ed una barba rada dello stesso colore. Aveva una faccia buona e un tono di voce forte, e le parole gli uscivano fuori a protesta come di chi ti da uno strattone a scuola e ti fà vedere qualcosa che non aveva mai visto. Come quella di chi ti da uno schiaffo per svegliarti e dirti che non ci sei solo tu. Passiamo il tempo a pensare a noi stessi, a come sopravvivere in questa società creandoci un io, ma anche gli altri sono il no- stro io e non bisogna servircene soltanto per crearci il nostro. Noi siamo una massa fluida di tanti io che devono sopravvivere insieme, lontani e vicini, come le particelle d’acqua del mare. Se pensiamo troppo e solo a noi stessi muoriamo lentamente e ci prosciughiamo dentro un appartamento di lusso. Il lusso della vita sta nell’odore dell’asfalto e del soccorso. Il nostro io è una birra a fine giornata con le mani sporche di sangue. E poi si capisce che l’io in quanto noi stessi non vale un granché... Lo intervistava forse un Magalli, che aveva interrotto la trasmissione con quattro frasi frettolose e l’ordine della pubblicità. In testa ad Alessio le parole sangue ed asfalto.
Ad un mese da quel giorno in camera sua non c’era più uno specchio e il punk degli Offspring delle cassete copiate era stato sostiuito da Cat Stevens, Bob Dylan e Billy Withers. Il sangue e l’asfalto. In un mondo im- prevedibile dove quei talk bolsi che censuravano questo linguaggio ma alzavano la gonnella a soubrette neo- maggiorenni avrebbero lasciato spazio ad un diverso ma perfettamente allineato avvento ormonale di Maria De Filippi.
La stazione montana è raccolta. Il sole si è fatto forte e batte sulle tegole rosse di un Italia che ha tutta la luce di un fumetto per bambini. Alessio non riesce a leggere il nome del paesino. Non c’è nessuno e quel sole for- te che non lascia ombre fa sembrare la piattaforma come il cortile di una casa del sud nel dopopranzo. Nella strada che costeggia l’edificio c’è una casa cantoniera rosso scura con le assi alle finestre. Di fronte a questa un’ambulanza coi fari rotti e la plastica al posto del parabrezza. Alessio la guarda e all’inizio non sente nulla. Soltanto il calore del sole emanare dal vetro, Questo gli riscalda la fronte e lo assopisce. Riapre gli occhi ed è sempre là: quel Ducato dell’83. Grazia, bianca e squadrata con la griglia del radiatore di plastica nera. Un faro frontale è rotto e la striscia intorno alla carrozzeria è di un arancione sbiadito. Alessio pensa alle notti ai bordi delle periferie di Milano. Alla pausa negli Autogrill a metà turno. Alle battute coi colleghi. A qualche macchia di sangue che aveva sul giubbotto fosfuorescente o che si raggrumava nel palmo della mano. Senti- va l’odore dell’asfalto e quello del sangue insieme, delle facce spente la cui notizia di sopravvivenza o morte sarebbe giunta quasi sempre nel turno dell’indomani. A quelle stesse facce con gli occhi sbarrati o semi aper- ti, e a quando lui li prendeva per le braccia per metterli sulla barella. Pensava al misterioso piacere che ac- compagnava tutte le sue azioni in quei turni. Dalle sigarette nel cortile dell’ambulatiorio dell’Ospedale Sacco alla mano che metteva sul petto del paziente per tranquillizzarlo. La paura reale che l’interno di alluminio e plastica di quella Grazia che puzzava di alcol potesse essere l’ultimo capolinea prima della morte lo scuoteva profondamente. Pensava ai suoi colleghi, Gianni e Lucia, che lo guardavano strano, come se ci vedevano qualcosa in lui, o a volte come se lo prendessero in giro, e di nuovo come se ci credessero. Pensava a quelle volte in cui sfrecciavano ad ambulanza vuota verso l’ospedale e a quella volta in cui Gianni lo aveva portato a farsi una birra alle bancarelle di Baggio. Avevano preso un panino con l’hamburger e tre birre da portare via. Gianni abitava da quelle parti; così avevano lasciato la macchina sotto casa sua e si erano allontanati a piedi su di una via lunga che si chiamava Via Noale. Poi avevano preso una traversa. Gianni lo teneva incu- riosito dicendogli che gli avrebbe fatto vedere il posto dove aveva passato gli anni peggiori e migliori della sua adolescenza. L’edificio Marchiondi per ragazzi difficili si ergeva silenzioso si, buio e squadrato su di un angolo del suo vastissimo terreno che confinava con il giardino di una piccola villetta di un piano con le sbarre alle finestre. Alessio pensò alle notti di chi viveva in quella villetta, che poteva uscire e farsi una siga- retta e sul balcone e trovarsi a qualche metro dal naso quella nave grigia e brutale che pareva una cornice sul nero piu nero. Era ormai abbandonato da tempo gli diceva Gianni, e ci si poteva entrare senza problemi at- traverso la rete.
Una volta dentro il terreno seguirono le luci dei propri cellulari e trovarono una porta che portava probabil- mente in quella che era stata la palestra. Gianni disse ad Alessio di seguire i suoi passi che intorno c’erano di sicuro siringhe usate o pantegane schifose. Piano, preso uno dei corridoi che saliva su per delle scale di ce- mento armato sospese nel buio sentirono l’odore del fuoco e di certe voci in lontananza. Mentre si avvicina- vano alla meta Gianni illuminava di tanto in tanto i pannelli rossi rettangolari di acciaio che si intervallavano al grigio dei corridoi. L’architetto aveva sognato per quell’edificio un ritorno alla vita senza sbarre per quei giovani che si sarebbero dovuti ricostruire insieme nella collettività. Si diceva che il colore rosso di alcuni elementi all’interno dovesse rappresentare la simpatia e l’ardore tra i nuovi cuori dei ragazzi.
Gianni ed Alessio seguono le luci di un fuoco riflesse alla fine del corridoio e vedono un uomo e una donna, le facce illuminate dalle fiamme. Sorridono e discutono tenendo in mano una bottiglia di vino. Gianni li salu- ta e si sposta verso la finestra. Indica ad Alessio cosa c’è sotto chiarore della luna. Vedi giù c’è un campo di calcio insieme al cortile dove passavamo la ricreazione. Là sotto ci finivano tutte le mie cose. I miei compa- gni me le buttavano aldilà della finestra mentre eravamo in classe. Alessio si sentì come preso in causa. Da diffidente pensava che il suo collega alludesse a lui e che in quella maniera stesse cercando di strappargli via delle verità. Nel dubbio se ne stava in silenzio mentre l’altro continuava aprendosi una birra con l’accendino. Ho sempre avuto la voglia di reagire ma ho sempre avuto paura e non l’ho mai fatto. E ho sempre tenuto la rabbia, la rabbia è sempre qui con me. Ti sto dicendo questo perché ti ho visto perdere la calma con quei ragazzi in strada. E mi hai ricordato me e mi ricordi me.
Alessio era scosso da quello che ascoltava. Pensava di ascoltare qualcosa di vero, seppur non capiva ancora bene. Tutto questo nel buio di un vecchio istituto con una birra e i resti di un panino che non si sentiva di finire. Si sedettero e divisero quel che era rimasto. Gianni coninuò e gli disse che quello era il posto peggiore e migliore della sua vita per il semplice motivo che lì si erano decise le sorti del suo presente, della sua pace odierna. Oggi, Gianni diceva, sentiva la paura di quello che sarebbe diventato se avesse reagito a quelle vio- lenze quotidiane. Alessio gli disse timidamente chenon poteva essere certo e Gianni gli rispose che era con- tento del fatto che ormai era passato, e che per quanto fosse stato doloroso e umiliante, era parte del cammi- no che lo aveva reso felice oggi.
Quella notte Alessio si fece accompagnare vicino casa dalle parti della Fiera, alla fine di Via Rembrandt e ai piedi di un centro di Milano che piano si svegliava a poche ore dall’alba. Salì le scale ed entrò dentro l’ap- partamento al terzo piano. C’era un tempo in cui di ritorno a casa da pallacanestro qualche oretta con gli amici, saliva le scale a due e a due e correva lungo il corridoglio chiudendosi la porta della cameretta dietro. La madre, svegliata dal casino, strisciava le pantofole e gli chiedeva se stava bene. Lui non rispondeva e fa- ceva finta di dormire. Era da due anni che nessuno si accorgeva che fosse tornato a casa dopo un turno. Infat- ti si fermava di fronte alla camera della madre e rimaneva a guardare la gobba sul letto per un pò. Poi usciva nel balcone e si accendeva una sigaretta. Poi andava a letto e leggeva di quella missione in Africa mentre si scoltava un pezzo.
A Firenze la gente traffica in giro su di un piano diverso dei turisti. Questi sono in estasi totale. Chi lavora e’spesso assorto nel panico quieto della routine di un lavoro sbagliato e falsi sorrisi si alternano ad annoiate occhiate al cellulare. Molti giovani hanno l-occhio strano della serata di prima. Piano piano mollano lniver- sita’a cui credono sempre meno e trovano magari delle scuse che si tagliano a misura per migrare altrove e vivere spesso la stessa vita di prima ma in uno scenario diverso. Questo e’un periodo di cambiamento dove sio decide cosa vare veramente. Il sentiero casalingo degli studi e’stato interrotto e adesso ci vuole una nuova sfida attraverso parametri diversi. La metropoli estera accoglie questo individuo e quasi spessissimo se lo stringe strettissimo a se fino a fargli perdere i sensi cosi che assopisce per blocchi di anni, a due e a due, fin- che’ appena superata la soglia dei trenta, questi si e’svegliato hangover nello stesso letto di sempre otto anni dopo.

Commenti